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Copertina di Catalunya

Jaume Pahissa · Miguel Llobet · Gaspar Cassadó · Manuel de Falla · Extended Place, 2016

Catalunya

Giacomo Palazzesi

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Tracklist

Jaume Pahissa

  1. Preludio, Por El Viejo Camino
  2. Diálogo
  3. Danza Lejana

Miguel Llobet

  1. Leonesa
  2. Mazurka
  3. Romanza
  4. Scherzo vals
  5. El Mestre
  6. Variaciones sobre un Tema de Sor, op. 15

Gaspar Cassadó

  1. Dos Cantos Populares Finlandeses
  2. Catalanesca
  3. Canción de Leonardo
  4. Sardana Chigiana
  5. Preámbulo y Sardana
  6. Leyenda Catalana

Manuel de Falla

  1. Homenaje

Durata complessivaTotal time: 67:00

CreditiCredits

InterpreteInterpreter
Giacomo Palazzesi — chitarraGiacomo Palazzesi — guitar
Registrazione del suonoSound engineering
Andrea Lambertucci
Missaggio e masteringMixing & mastering
Andrea Lambertucci
RegistratoRecorded
29 aprile e 6 luglio 2015, Palazzo Mestica, Apiro (MC)29 April & 6 July 2015, Palazzo Mestica, Apiro (MC), Italy

Note di copertinaLiner notes

In questo disco suono una chitarra costruita da Antonio Emilio Pascual Viudes nel 1925, a Buenos Aires, montata con corde in budello e bassi di seta rivestita. Intorno a questa chitarra, e a quel tipo di corde, si articola un discorso interpretativo dove si concretizzano, seppure nel loro momentaneo equilibrio, i contenuti e lo stile che di queste scelte (chitarra / corde / tipologia di incisione) sono diretta testimonianza.

Nello specifico, il tipo di suono, la corda in budello, lo strumento storico, hanno per prima cosa imposto una riconsiderazione intorno al tipo di articolazione, “costringendomi” a una dizione priva di ogni sforzo, anche muscolare, in nome di una naturale emissione.

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Il lavoro qui proposto è anche un'indagine sulla possibilità che un suono di chitarra fortemente radicato nella liuteria iberica del primo novecento (diametralmente opposto a un'idea di chitarra/pianoforte legata al presente) possa ancora oggi esistere. Individuandone soprattutto i modi e le ragioni di relazionarsi con quel presente di cui l'interprete si fa inevitabile testimone.

Di ogni brano non esistono registrazioni separate di singole sezioni, o di gruppi di battute. L'editing, quando c'è, non è una costruzione di tanti frammenti eseguiti in studio e isolati dal loro contesto: questa è stata la risposta alla mia esigenza di non compromettere proprio quel discorso fondamentale del divenire del suono, e in generale di rispettare un certo modus operandi più vicino all’esecuzione dal vivo, che al disco.

Tutto nasce infatti per la radio e non nascondo che alcuni documenti radiofonici del periodo tra le due guerre, a monte di tutto, abbiano scatenato gli entusiasmi necessari alla nascita e allo sviluppo del progetto: di queste testimonianze radiofoniche, ancora più che le incisioni discografiche dello stesso periodo, ho ammirato e ammiro sempre la percezione palpabile che in ogni momento stia accadendo qualcosa di “necessario”.

Qui mi assumo la responsabilità delle conseguenze inevitabili di quelle scelte e di quel modo di concepire l'incisione. Quindi di tutti i rumori derivanti dalle dita, dal tipo di corda, dallo strumento, o addirittura dallo sfregamento del mento sulle fasce della chitarra. Responsabilità, in sintesi, per tutto ciò che deriva dall'utilizzo dello strumento storico e della corda in budello: una combinazione che impone un riordino nelle priorità dell'interprete, riservando alla direzione musicale, al fraseggio, l'assoluta precedenza su tutto il resto.

In questo senso, di assoluta importanza sono state le scelte intorno alla presa del suono, e il conseguente lavoro di post-produzione che, nel ruolo di tonmeister, ha svolto Andrea Lambertucci. Che ha permesso e assecondato (quando addirittura non proposto) queste considerazioni sul suono, sull'idea musicale e la sua relazione con l'ambiente in cui si manifesta, e soprattutto condiviso con me l'esigenza che questi elementi potessero conservarsi in un'incisione.

Ai compositori di questo disco, e in particolare alla figura di Miquel Llobet, riconosco la possibilità che mi hanno dato di identificarmi oggi più consapevolmente nel ruolo di interprete. Il merito della ricollocazione del genio catalano nel novero dei grandi compositori del '900, è di musicisti di rara grandezza quali Stefano Grondona e Carles Trepat, che per Llobet si sono espressi e si esprimono oggi, quali voci ideali.

La decisione di includere in questo lavoro dedicato alla Catalogna un compositore come Manuel De Falla la si deve in maniera esclusiva al suo rapporto – fondamentale per lo sviluppo del repertorio chitarristico da lì a seguire – con Llobet stesso. I brani di Gaspar Cassadó e Jaume Pahissa sono invece legati alla figura di Andrés Segovia, e fanno parte di quel lavoro di scoperta e pubblicazione dei brani che Segovia non tenne a battesimo, ma che a lui furono dedicati: sono inclusi nell'importante collana The Andrés Segovia Edition, a opera di Angelo Gilardino. A questo disco Gilardino è specialmente collegato, quale fondamentale e insostituibile interprete della volontà di scoperta di me stesso come musicista.

Giacomo Palazzesi

Appignano, 10 ottobre 2015

On this album I play a guitar built by Antonio Emilio Pascual Viudes in Buenos Aires in 1925, fitted with gut strings and silk-core wound basses. Around this guitar and this type of string unfolds an interpretative discourse in which content and style take concrete form—albeit in a provisional equilibrium—and bear direct witness to these choices: guitar, strings and recording method.

More specifically, the nature of the sound, the gut strings and the historical instrument first required me to reconsider articulation, “compelling” me towards a diction free of all effort—including muscular effort—in the name of natural sound production.

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The work presented here is also an enquiry into whether a guitar sound deeply rooted in early twentieth-century Iberian guitar making—diametrically opposed to a present-day conception of the guitar as piano—can still exist today. Above all, it seeks to identify the ways and reasons by which that sound may relate to the present, to which the performer inevitably bears witness.

For none of the works were individual sections or groups of bars recorded separately. Where editing occurs, it is not a construction assembled from numerous fragments performed in the studio and isolated from their context. This was my response to the need not to compromise that fundamental discourse of sound as it unfolds, and more generally to preserve a modus operandi closer to live performance than to conventional recording.

The project was in fact conceived for radio. I do not deny that certain radio documents from the interwar period first sparked the enthusiasm necessary for its birth and development. In these radio testimonies—even more than in commercial recordings from the same period—I have always admired, and continue to admire, the palpable sense that at every moment something “necessary” is taking place.

Here I take responsibility for the inevitable consequences of those choices and of that way of conceiving a recording: for every sound produced by the fingers, by the type of string, by the instrument, or even by my chin rubbing against the sides of the guitar. In short, I take responsibility for everything arising from the use of a historical instrument and gut strings—a combination that demands a reordering of the performer’s priorities, granting absolute precedence to musical direction and phrasing over everything else.

In this respect, the choices surrounding the capture of the sound, and the subsequent post-production work carried out by Andrea Lambertucci in his role as Tonmeister, were of absolute importance. He enabled and supported—and at times directly proposed—these reflections on sound, on the musical idea and its relationship with the space in which it comes into being; above all, he shared my need to preserve these elements in a recording.

To the composers represented on this album, and especially to the figure of Miquel Llobet, I owe the possibility of identifying myself more consciously today with the role of performer. The credit for restoring this Catalan genius to his place among the great composers of the twentieth century belongs to musicians of rare stature such as Stefano Grondona and Carles Trepat, who have been—and remain today—Llobet’s ideal voices.

The decision to include a composer such as Manuel de Falla in this project devoted to Catalonia is due entirely to his relationship with Llobet himself—a relationship fundamental to the subsequent development of the guitar repertoire. The works by Gaspar Cassadó and Jaume Pahissa, by contrast, are connected with the figure of Andrés Segovia and form part of the work of discovering and publishing pieces that Segovia did not premiere, but which were dedicated to him. They appear in the important series The Andrés Segovia Edition, prepared by Angelo Gilardino. Gilardino has a particularly close connection with this album as an essential and irreplaceable guide in my desire to discover myself as a musician.

Giacomo Palazzesi

Appignano, 10 October 2015